Eleonora D'Urso
Eleonora D'Urso a soli 33 anni è un'attrice e regista assai apprezzata del teatro italiano. A dimostrarne la bravura e la sensibilità basta un'opera come quella in scena
venerdì 3 Aprile alle ore 21.15 al Teatro Verdi di Monte San Savino:
Mea Culpa.
Cinque donne di fede che si lacerano nel senso di colpa. Donne sofferenti e disperate che trovano in Eleonora D'Urso una regista e interprete profonda e sensibile.
La tua opera Mea Culpa è di estrema attualità vista la cronaca di questo periodo...
Assolutamente. Direi che si tratta di un argomento delicatissimo e complicatissimo da affrontare. Ho impiegato un anno e mezzo per scrivere questo testo coinvolgendo le attrici stesse e la qualità principale dello spettacolo è proprio il fatto che le attrici sono completamente "dentro" quello che dicono. Ogni parola che pronunciano sul palco è frutto di un lavoro lungo e profondo. Il tema centrale trattato in
Mea Culpa è attualissimo: cinque giovani donne profondamente credenti si confessano per raccontare l’abuso subito dal parroco del quartiere, ma la loro confessione non è mai un’accusa, anzi, è il bisogno disperato di un’assoluzione poiché, incapaci di puntare il dito contro un uomo di chiesa e ingabbiate in una fede che vivono come cieca credenza, le cinque donne ricercano la colpa dell’accaduto in loro stesse.
Io appartengo ad una famiglia profondamente Cattolica e questo mi ha permesso di affrontare la questione religiosa con cognizione di causa e senza mai essere superficiale. Si potrebbe pensare che lo spettacolo si limiti a trattare il tema dell'abuso sulla donna, ma il tema dell'abuso è, in realtà, una metafora dell'ingerenza della Chiesa nella vita di chi, laico, ha scelto di vivere al di fuori delle ferree regole del dogmatismo cattolico.
Ci tengo a dire che nonostante la complessità del tema trattato,
Mea Culpa è uno spettacolo anche molto ironico, poiché solo l'ironia ti da la possibilità di parlare allo spettatore di questioni spesso indicibili permettendogli di ascoltare veramente quanto gli viene detto senza chiudersi, senza sentirsi violentato o offeso. Non sono mai per la spettacolarizzazione del dolore, ma per un teatro intelligente che avvicina lo spettatore, coinvolgendolo e rendendolo parte di quanto accade sul palcoscenico.
Da dov'è nata l'idea di scrivere la storia di queste cinque donne?
Inizialmente il tema che mi ero prefissata di affrontare era la prostituzione. Due anni e mezzo fa avevo iniziato a dedicarmi anima e corpo a questo argomento. Ho letto libri, ho collaborato con un giornalista del Tg1, ho intervistato ragazze che si prostituivano sulla strada, escort di lusso, ragazze della porta accanto. Mi sono interessata alla prostituzione nella sua complessità di forme, dallo sfruttamento delle prostitute alle libere prostitute, dal mondo del sommerso alla prostituzione on-line. Quindi ho iniziato a collaborare con cinque attrici che potessero rappresentare in scena le varie realtà di questo tema, ma, andando avanti, mi sono resa conto che è un tema gigantesco e che non sarei mai riuscita a trattarlo come avrei voluto. Ci tengo a dire che personalmente non ho nulla contro chi sceglie di prostituirsi, io sto con chi, come
Carla Corso, si batte per i diritti civili delle prostitute e sto con chi si batte per debellare lo sfruttamento della prostituzione.
Piano piano ho quindi abbandonato questo tema ma in
Mea Culpa sono rimasti due personaggi, Sofia e Vittoria, retaggio dal lavoro fatto precedentemente: una giovanissima prostituta rumena vittima dello sfruttamento e una ragazza dell'hinterland milanese che si prostituisce via internet per pagarsi un monolocale di lusso e comprarsi oggetti griffati.
Nella primissima versione, quando ancora la prostituzione era il tema centrale, il titolo era Cinque Donne e la ragazza rumena era l’unica che aveva a che fare con un prete. Ho successivamente deciso di rendere quel prete l’elemento che univa tutte e cinque le storie ed ho iniziato a lavorare a
Mea Culpa.
Tu conduci molti seminari in giro per l’Italia, hai anche insegnato alla Scuola nazionale di cinema di Roma. Cosa cerchi di trasmettere ai giovani che vogliono intraprendere la tua stessa carriera?
Mi sono diplomata alla
Scuola Nazionale di Cinema di Roma nel ’98, e tornarci come docente è stata un’esperienza meravigliosa.
Per rispondere alla tua domanda, direi che ogni volta che conduco un seminario cerco di trasmettere ai giovani la voglia di fare questo mestiere. È strano ma, pur avendo solo 33 anni, percepisco una distanza abissale tra me e i ragazzi di 20 anni. Oggi tutto accade con una velocità spesso incontrollabile, l’avvento di internet degli ultimi anni ha stravolto il mondo, la comunicazione e quindi la natura delle nuove generazioni, i ragazzi di oggi sono bombardati da notizie sconvolgenti, offerte imperdibili, musica da comprare, libri da leggere, immagini scioccanti. Sono schiavi di un sistema che non gli lascia il tempo di riflettere, spesso neanche di scegliere e quindi di formare un proprio gusto. La globalizzazione ha omologato il ragazzino della provincia di Roma al ragazzino della provincia di Tokio, e se questo ci ha reso tutti in contatto con tutto ha però snaturarto la bellezza della diversità. Oggi la parola “diversità” è vissuta come un tabù e dire “diverso” ha solo un’accezione negativa. Io credo che sia bello pensare di essere diversi, unici. Io voglio fortemente essere “diversa” dagli altri e nella mia unicità-diversità imparare a trovare la forza che mi avvicina all’altro.
Mi fa sorridere dirlo, ma il rapporto tra me e i miei allievi spesso equivale a quello che anni fa poteva esserci tra un quarantenne e un ventenne. Siamo quasi coetanei, ma, paradossalmente, lontanissimi. Detto questo, insegnare è in assoluto la più nobile forma di trasmissione della conoscenza. Io credo che in tutti i campi, dalla cultura alla politica, dalla medicina all'arte, ci sia stato un errore da parte di chi oggi ha sessant’anni. Purtroppo quasi nessuno di loro ha avuto l'abilità di passare il testimone. Questo ha causato uno scompenso generazionale pazzesco, ti faccio un esempio pratico che mi riguarda da vicino. I direttori di scena, le maestranze, gli artigiani del teatro... ecco, oggi è difficilissimo trovarne di giovani che siano anche competenti poiché chi oggi sta per abbandonare le scene, o è già in pensione, non si è posto il problema di dover insegnare a chi veniva dopo di lui. Forse per puro egoismo, o per svogliatezza o addirittura per tenersi stretto il posto di lavoro fino alla fine.
Insegnare ciò che noi sappiamo e amiamo fare a chi verrà dopo di noi è garanzia di continuazione della specie umana, dell’essere umano nella sua concezione più alta intendo. Dicendo questo non mi sto riferendo certo all’atto della procreazione, ma alla capacità di creare un'empatia con chi verrà dopo di noi. Condividere il nostro sapere con i più giovani ci rende in qualche modo eterni, poiché chi porterà avanti il nostro lavoro dopo di noi ci permetterà in un certo senso di continuare ad esistere, mentre crogiolarsi nei propri successi e trionfi egoisticamente rende fatuo tutto ciò che facciamo.
Quando insegno cerco di essere quanto più generosa è possibile e con i ragazzi condivido tutto ciò che ho imparato, soprattutto dai miei errori.
Quando farai un prossimo seminario?
Terrò un seminario a Torino dal 26 aprile al 3 maggio su “Ricorda con rabbia” di John Osborne, un testo che amo molto e che tutti i giovani attori e le giovani attrici dovrebbero desiderare di interpretare. Tutte le informazioni si possono trovare su www.distrettocinema.com.
Cosa consigli a chi, come i ragazzi di Play Campus, vuole entrare nel mondo dello spettacolo?
Sai, io ho fatto tanta televisione, ma poi ho scelto di allontanarmi da quella realtà per dedicarmi solo al teatro. Non guardo molta tv anche perché negli ultimi anni è cambiata tanto... Siamo ai soliti discorsi: vinci un reality ed entri subito nello showbusiness. Diventi attore, diventi cantante, in un attimo. Oggi tutti vivono i loro quindici minuti di notorietà, siamo tutti vittime del “successo”, il nostro presente è il futuro di cui parlava
Andy Warhol. Tutti sono famosi in un attimo, ma la vita non dura un attimo ed è questo che dico sempre ai miei ragazzi. Il lavoro dell'attore non è il lavoro di un attimo o di un solo film. Un attore resta tale fino a 80 anni, a 90, fino a che respira. I giovani devono imparare che il successo è la parte più futile e anche più crudele del lavoro dell'attore poiché non corrisponde alla realtà. Dico sempre che non bisogna vivere per il “successo” ma per quello che “succederà”.
Per quanto riguarda i discorsi sul merito, oggi se ne parla tanto, ma non bisogna dimenticare che il cinema, che è poesia per immagini, è stato sempre costellato anche da attori o attrici che avevano solo una bella faccia, la differenza tra quello che succedeva anni fa ed oggi è che anni fa la maggioranza degli addetti ai lavori era formata da persone eccellenti. C’erano attori bravissimi che venivano dal teatro, registi straordinari che spesso sapevano fare di un non-attore un attore eccelso, c’era un mercato vivo, attento, curioso, fatto da chi rischiava tutto per amore del lavoro, c’era un’industria che investiva sulla qualità... Oggi la televisione detta legge con programmi che illudono i giovani, che immettono sul mercato personaggi improbabili, programmi che troppo spesso, in cambio di un anno di gloria, stroncano dei potenziali talenti.
Per questo esistono realtà come la The Kitchen Company a sostegno proprio dei giovani talenti...
Massimo Chiesa è un produttore privato "folle" che da 20 anni produce solo spettacoli con star conosciute, anche a livello internazionale, come
Sergio Castellitto, Dario Fo, Paolo Villaggio, Stefano Accorsi, Nancy Brilli. Adesso in tournée ci sono 2 spettacoli prodotti da lui, “Il Dubbio” con
Stefano Accorsi, Lucilla Morlacchi e la regia di
Sergio Castellitto, e “Sotto paga, non si

paga!” con
Marina Massironi e
Antonio Catania e la regia di
Dario Fo.
Poi, un anno fa, questo straordinario produttore è, come dico io in tono scherzoso, letteralmente “impazzito” ed ha deciso di puntare su 32 giovani sconosciuti.
In questa Italia che ha smarrito il senso della bellezza, che non investe sulla cultura, che non punta sui giovani, in questa Italia il cui governo ha approvato una finanziaria che taglierà circa il 30% dei finanziamenti al Fondo Unico dello Spettacolo, ebbene, in questa Italia allo sbando è nata la
The Kitchen Company, una Compagnia costituita da 32 attori tra i 18 e i 30 anni. Tutti attori che hanno fatto o stanno facendo, ci tengo a dirlo, un percorso di studio, quasi tutti si sono diplomati in Accademia ma principalmente sono tutti ragazzi che hanno scelto di fare gli attori.
Mi hanno sempre fatto sorridere con amarezza quelle persone che dicono di essere diventate attori o attrici per caso, magari per un colpo di fortuna. Io sono per quegli attori che vivono per fare questo mestiere, che studiano, leggono, si informano, sono curiosi, vanno a teatro, si fanno in quattro pur di potersi costruire un proprio bagaglio culturale, la famosa valigia dell’attore.
Per chi vuole intraprendere questa faticosa carriera è importante che sia chiaro che l’attore è un eterno precario, uno zingaro, e soprattutto deve avere le spalle forti, poiché i “no” che si sentirà dire saranno sempre più dei “sì”.
Tornando alla
The Kitchen Company, il nome è nato dallo spettacolo con il quale abbiamo debuttato a Genova lo scorso ottobre, “The Kitchen” di
Arnold Wesker. Lo spettacolo racconta la giornata di una grande cucina di un ristorante che sforna 2000 coperti al giorno. Il testo, ambientato negli anni ’50, è una metafora del mondo. Tedeschi, ciprioti, inglesi, italiani, francesi, vivono a stretto contatto e si scontrano su tematiche ancora oggi attualissime come la pena di morte, l’aborto, la pillola contraccettiva, il razzismo. The Kitchen sarà in tournée il prossimo anno. La forza dello spettacolo è vedere 32 attori in scena contemporaneamente. Un evento unico nel mondo della prosa italiana. La
The Kitchen Company ha altre due produzioni in cantiere: una è "Nemico di classe", di
Nigel Williams, uno spettacolo che affronta anche il tema del bullismo e della violenza nelle scuole e che debutterà al Teatro Masini di Faenza il prossimo 15 maggio. L’altra produzione, di cui curerò la regia, sarà invece presentata in prima nazionale al prestigiosissimo Festival dei Due Mondi di Spoleto il prossimo 27 giugno e sarà in scena fino all’11 luglio, per tutta la durata del festival. Si tratta di "Un piccolo gioco senza conseguenze", di
J.Dell e
G.Sibleyras, una commedia francese brillante, comicissima e tremendamente romantica.
Le foto su Myspace:
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Le foto su Facebook:
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