Essere il cantante di una band significa esserne anche il leader? Sei tu che ti interfacci sempre con i giornalisti e che, per forza di cose, parli al pubblico durante i concerti...
Io non ho il ruolo di leader. Io ho il ruolo di quello che fa le interviste. Quando si va in un locale, tutti sono impegnati a fare le proprie cose: Carmelo deve cambiare le corde della chitarra, Ivan deve montare la batteria, gli altri ragazzi devono controllare tutto il resto. Io non ho mai niente da fare e allora mi porto dietro il sudoku, me lo faccio e così faccio anche le interviste. Fare il cantante è una furbata: devo solo montare un microfono e basta. Qua non funziona il concetto di "leader", ognuno ha i suoi compiti. Io mi occupo di scrivere i testi, Carmelo soprattutto di fare la musica, Ivan trova le ritmiche... Ognuno ha il proprio ruolo ma le decisioni le prendiamo sempre in maniera molto democratica [Carmelo si inserisce e dice che si dividono i compiti in proporzioni da 33,3%, il restante 1,1% periodico è a usufrutto del pubblico, ndr.] Fare le interviste o presentare i pezzi durante il concerto magari può dare l'idea del leader però non è assolutamente così. Siamo tutti sullo stesso piano.
Il 3 ottobre dello scorso anno è uscito il vostro ultimo cd, accolto benissimo dalla critica e adorato dal pubblico quasi in visibilio per voi. Come vivete questo periodo?
Addirittura! Comunque, va bene... Noi abbiamo una percezione molto diversa da quella che hanno le persone che vedono la cosa dall'esterno. Come in una partita di pallone: non sai se stai giocando bene o male; è poi l'allenatore che ti giudica. Noi raccogliamo quello che accade intorno e la prendiamo con molta tranquillità come abbiamo sempre fatto ogni volta. È sempre un momento molto particolare quello dell'uscita di un disco perché è la finalizzazione di un lavoro che in questo caso è durato ben due anni. E tutto il tempo che sei in sala e sforni e dai struttura ai pezzi, ti immagini come saranno alla fine. Poi arriva il momento della fatidica ultimazione e l'attesa per l'uscita del disco. Nella fase successiva stai attento a quello che dice la gente ed è una cosa molto particolare che ti prende completamente. Naturalmente le critiche negative sono quelle che ti danno più fastidio, ma devi sempre pensare che i giornalisti non capiscono niente :-) Invece quando fanno la buona recensione ti dici "questo sì che è un giornale serio, il giornalista è bravo".
Il tema del Play Art di quest'anno è il VIAGGIO. Voi vi spostate in continuazione. Siete partiti da Marsala per fare tappa a Bologna e avete trovato a Milano la vostra casa. Ma poi siete sempre in giro...
Il bello del nostro lavoro è proprio viaggiare, girare, vedere i posti, conoscere persone... In geografia siamo diventati bravissimi. Anche Carmelo che prima non sapeva neanche dov'era Palermo (Carmelo, fondatore con Giovanni del gruppo è siciliano, ndr.)
E della Toscana cosa pensate? (piccolo spazio promozione turistica, ehehe)
Io in Toscana ci sono venuto molte volte prima di farlo come musicista. È una delle regioni più belle d'Italia, forse la più bella dopo la Sicilia. Poi da musicisti ci siamo venuti spessissimo. Uno dei primi concerti fatti con Ivan, in aggiunta a me e a Carmelo fu a Castiglion Fiorentino. Bellissimo locale che purtroppo ora non c'è più... Ma c'è il Velvet ora: un locale delizioso, molto piccolo, raccolto, si respira una bella atmosfera. Un paesino meraviglioso. La Toscana è molto suggestiva.
Le vostre canzoni nascono esclusivamente da un impeto o sono anche riflessioni più fredde?
Lo sfogo fa parte dell'espressione. Chi decide di fare musica lo fa perché ha qualcosa da dire e quando non hai niente da dire è meglio che non lo fai più questo lavoro, perché sennò diventi la parodia di te stesso. Però, fino a quando hai qualcosa da comunicare, da esprimere, allora, nel novero di quelle che possono essere le declinazioni delle tue emozioni c'è anche lo sfogo. Così come ci può essere anche la constatazione fredda e distaccata. Poi tutto dipende da quello che scrivi. Ci sono delle canzoni che sono degli sfoghi veri e propri, come è per "Sushi&Coca", per altre canzoni no. Ad esempio a me piace anche scrivere delle filastrocche e quello non nascono da un impeto. Così per altre canzoni che vanno a scandagliare le nicchie più oscure del sentire umano. Queste non si possono chiamare sfogo, forse sono più una ricerca. Lo sfogo non è l'unico modo per comunicare. È il modo più brutale probabilmente; è una cosa che vedo più accostata ai gruppi che fanno punk o musica abbastanza tirata, diretta. Noi facciamo un po' di tutto quindi lo sfogo c'entra ma fino a un certo punto.
Spostandoci invece direttamente su Sushi&Coca, si può dire che le canzoni sono dei piccoli saggi sulla quotidianità, perché affrontano temi "universali" come l'amore, la gelosia, la città fino ad arrivare quasi a un'analisi della società in La Spesa...
Innanzitutto, quello che ho imparato è che non bisogna approfondire mai, cioè spiegare dei testi non serve. Ognuno ci trova le cose che vuole e andare a spiegare il perché di una parola o di una frase, alla fine è come quando ti spiegano le barzellette. E poi, spesso anche quando ho finito di scrivere non c'è l'ho ben chiare le idee... Quando scrivo i testi è come per un quadro. E a volte un quadro può essere anche astratto. Non vai a chiedere il perché. È così punto. Chiaro che c'è sempre una chiave di lettura ed è necessario darla, però non bisogna spiegare, approfondire le cose. Il testo de La Spesa è nato dopo che ero andato al supermercato. Girando mi sono accorto che quando la gente va a fare la spesa in un certo senso si espone e comunica agli altri un po' di sé. Si prendono delle decisioni al supermercato, sono delle piccole prese di posizione. E allora mi sono interrogato sul perché certa gente acquista delle cose piuttosto che altre. O si acquista per sé o per gli altri, la fidanzata, la mamma... Dietro un gesto così semplice c'è un mondo sconosciuto. Inoltre, il supermercato è un tripudio di morte. Il supermercato è agghindato di morte in tutte le forme possibili e immaginabili: surgelati, carne in scatola, sottovuoto, carne cruda.... Ho scritto un raccontino su questo che è nel cd e poi da quello ho tratto il testo per la canzone, visto che mi piaceva l'argomento.
Cosa ne pensate dell'etichetta di Indie che si associa sempre alla vostra musica?
Indie sta per indipendente. Ma indipendente da che cosa? Dalle major? Ma che significa? E le band classificate come indie non fanno tutti la stessa musica. Non tutti fanno musica complicata. Quante delle band cosiddette indie fanno musica non-commerciale? Ci sono molti gruppi indie che in realtà sperano di arrivare primi in classifica con la loro musica commerciale. E così ci sono anche molte canzoni indie prive di contenuti come molte di quelle che passano per radio. Questa definizione non serve assolutamente a nulla. È comoda per gli addetti ai lavori perché etichetta il genere musicale, classificando band e canzoni in questa serie B che l'indie rappresenta. Ad esempio, i Radiohead che tutto puoi dire tranne che facciano musica commerciale hanno fatto l'ultimo album firmando il contratto con la Emi. Insomma, parlare di indie non ha proprio senso. Poi tu vai su Rockit e vedi tutte le band classificate come indie e queste vanno dal funk all'heavy-metal.
E per quanto riguarda i Tamburi Usati, contate di produrre anche altri musicisti?
La Tamburi Usati non ha neanche un sito web, una pagina myspace, non ha un numero di telefono e nemmeno un indirizzo. È un'etichetta che serviva solo per pubblicarci, non volevamo metterci a fare altre cose. L'abbiamo creata solo per consentirci di stampare i nostri dischi e per adesso si limita a questo. Poi un domani tutto può accadere, ma per il momento non abbiamo intenzione di fare i discografici. Vogliamo fare la nostra musica e pubblicarla liberamente con i modi e le tempistiche che riteniamo più opportune. Il fatto di avere un'etichetta discografica ci permette di fare quello che vogliamo. Ad esempio abbiamo fatto un DVD, Nudi&Crudi, che dal punto di vista commerciale non ha senso perché una band non fa un dvd dopo tre dischi con i live. Di solito lo si fa dopo aver pubblicato diversi dischi. Ma a noi andava di farlo, avevamo il materiale giusto ed ecco fatto il DVD. Se avessimo dovuto passare attraverso gli uffici marketing di qualche casa discografica, il DVD non avrebbe mai visto la luce. Invece così l'abbiamo potuto pubblicare come il fatto che il nostro ultimo cd è uscito a tre anni di distanza dal nostro ultimo lavoro. Ci siamo presi semplicemente il tempo che volevamo. Noi abbiamo rotto un contratto con una casa discografica perché certe condizioni non ci stavano più bene perché nelle case discografiche ci sono sempre delle pressioni, delle tempistiche che devi rispettare. Non è che all'inizio della nostra carriera ci siamo piegati a delle condizioni. Semplicemente agli esordi si è ignoranti. Non sai come funziona questo sistema qua, non capisci niente di contratti, non sai che cosa passa tra la distribuzione e l'edizione. A te interessa solo fare delle canzoni. Poi qualcuno arriva e ti dice che te le stampa. Bellissimo! Tu firmi qualsiasi cosa. Firmeresti pure sulla carta igienica. Poi però ti rendi conto che ci sono delle cose che non funzionano e l'esperienza ti aiuta ad aggiustare il tiro pian piano. Noi non siamo espertissimi, ma un po' di cose le abbiamo imparate. Discograficamente parlando, siamo da poco nel giro perché il primo disco è del 2003 però viviamo di musica da decenni. Io personalmente canto da 20 anni.
Eppure, di fronte a tante stroncature, non ti è mai venuta voglia di mollare tutto?
Fondamentalmente è da poco che io vivo di musica. Nel frattempo facevo anche un altro lavoro. Però è come quando tu hai una passione per uno sport, per la pesca, per gli hobby in generale. Tutti i ritagli di tempo libero li dedichi alla tua passione che nel mio caso è la musica. È una cosa che ti porti sempre dietro.
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