La scorsa edizione ha visto la preziosa supervisione di Paolo Benvegnù nel contest per band emergenti toscane che hanno vinto il Plug and Play.
Legato alla realtà musicale aretina da cui ha attinto ben tre dei suoi musicisti, Benvegnù ha offerto il suo aiuto e la sua consulenza in materia di arrangiamento ai gruppi musicali toscani in concorso.
Con l'entusiasmo che lo spinge sempre a lavorare con gli artisti emergenti, Benvegnù sarà quindi protagonista anche del Play Campus 2009. Ma la sua collaborazione non si limiterà solo a questo. Il progetto Covered! lo vedrà nelle duplici vesti di musicista e di regista. Sarà infatti affidata al suo estro la coordinazione sul palco dei gruppi del Plug and Play dello scorso anno. Con la sua band, Paolo Benvegnù concluderà poi la serata insieme ad altri artisti italiani.
Al Teatro Verdi di Monte San Savino, tra una prova e l'altra per il suo tour, Paolo ci ha parlato dei suoi impegni con il Play Art, ma anche del nuovo cd. Il tutto con un pizzico di polemica nei confronti del mercato musicale attuale...
L'edizione 2009 del Play ti vede protagonista assoluto!
Si può dire che sono anch'io un assessore o almeno l'assessore dell'assessore... Scherzi a parte, manterrò il ruolo di "tutor" dell'anno scorso e poi realizzerò proprio brani in studio con i ragazzi.
Partiamo quindi con il tuo ruolo di tutor.
L'anno scorso è stato bello proprio l'impatto, anche fisico, con i gruppi. È stato interessante e divertente. Riuscire a condividere la mia esperienza in studio come ulteriore "muscolo simpatico" tra noi è stato fondamentale. Magari quando ho cominciato io qualcuno mi avesse aiutato a capire come registrare in uno studio, che suono dare al pezzo, che stile usare... Con queste conoscenze uno poi si può autoprodurre, perché no?
A questo proposito, cosa dici in merito alla produzione del cd?
Sarà bello vedere materializzarsi il lavoro fatto l'anno scorso. In realtà io sono più un "propositore" che un "impositore". Io lascio che le persone suonino e spero di avere l'ispirazione per capire cosa può starci bene. Il più delle volte succede che chi lavora con me sia contento di ciò che propongo. In realtà è una cosa semplice, non è un processo creativo vero e proprio. Io non faccio altro che sfruttare le capacità degli altri. Questa è una cosa che può sembrare da un lato meschina però invece è giusta perché non c'è niente di meglio che sfruttare al massimo i colori, le espressioni delle persone.
E per quanto riguarda il tuo ruolo di regista?
Su questo terzo aspetto non è che abbia questa grande esperienza. Quello che sono sono le cose che faccio per i miei concerti. Ovviamente ho le idee chiare, ma sarà interessante riuscire a vedere come le cose vanno poi veramente sul palco.
Ne verranno fuori dei piccoli Benvegnù allora... :-)
Ma no! È impossibile perché nessuno ha un livello mentale così basso... In ogni caso, spero di essere io il più contaminato tra le due parti in causa. In effetti, l'anno scorso ho capito moltissime cose vedendo tre gruppi a sera. Ne ho capito le urgenze... Ho visto gruppi cercare solo spazio, altri magari con un progetto già radicato da anni. Ci sono band che vanno coccolate e altre che vanno pungolate.
Infine, le vesti che ti stanno più comode: quelle da musicista. Porterai a luglio dei pezzi nuovi?
Assolutamente sì. A marzo uscirà il nuovo cd e subito dopo comincerò già a scrivere pezzi nuovi. Tutti i brani che sto facendo ora finiranno con certezza dritti dritti nella scaletta della mia esibizione al Play. Ho molte idee, confuse, ma davvero molte. Il progetto dell' ep nuovo è quello di fare una specie di riassunto degli ultimi trent'anni della Storia Italiana. Il che non è affatto semplice. Mi estranierò dai pezzi, ma non sarà oggettivo, sarà più un saggio socio-politico. Se "Piccoli Fragilissimi Film" era un romanzo e "Le Labbra" un saggio sulle relazioni interpersonali e più che altro la liberazione per poi potersi aprire agli altri, questo sarà un saggio storico. Questa è l'idea, ma, come dice il film, "domani è un altro giorno", chissà...
Il tema di quest'anno è il VIAGGIO. Quale brano porteresti come cover se fossi tu a partecipare al concorso?
Innanzitutto, questo tema potrebbe scadere facilmente nel retorico. Ma c'è una canzone che per me è "la" canzone sul viaggio e non solo. È "The Long and Winding Road" dei Beatles. Una canzone che ti tocca dentro. In fondo, quale canzone non parla di viaggio? La dinamicità è la prerogativa di ogni pezzo, a meno che non si parli proprio di canzoni statiche. Quelle lasciamole a Max Pezzali...
Povero Max Pezzali...
Povero? Proprio no. Semmai ricchissimo e pure fortunato. È una persona che è riuscita a trovare il proprio uditorio in questo paese di imbecilli. Ma non è colpa sua, non è colpa di nessuno. La differenza tra Battisti e Pezzali è abbastanza ampia e bisogna evidenziarla. Tra De Gregori e Pezzali c'è un abisso. Ciò che era di mercato e soprattutto popolare nel '75 è di un livello nettamente diverso da ciò che va adesso. A questo argomento dedicherò proprio il nuovo disco. Se tu pensi che gli articoli di fondo del Corriere della Sera li faceva nel '71/'72 Pasolini e adesso li fa Mieli o Severgnini, noti che c' è proprio differenza. Se nel '75 Saviane con "Eutanasia di un Amore" vendeva milioni copie non è la stessa cosa di Moccia che vende altrettanto adesso.
Forse in futuro Moccia sarà visto come pilastro della letteratura italiana...
Probabile. Come probabilmente "Amici di Maria De Filippi" sarà considerato un programma interessante come ora è diventato di culto "Non è la Rai". Bisogna però riconoscere il valore vero delle cose. Che tutto questo sia scempio a me pare abbastanza evidente. Per tornare a Max Pezzali, hai ragione a dire "povero"... fa tenerezza. Ma come ti fa tenerezza magari un tizio seduto solo al tavolo o poteva risultare simpatico Hitler prima che facesse quello che ha fatto. Così come Berlusconi può essere la persona più simpatica per una cena con gli amici o Gelli un uomo di grande esperienza. Ma non bisogna tralasciare ciò che tutte queste persone hanno fatto o, meglio, hanno deciso di fare. Se prendi uno come Fiorello, ad esempio, capisci che si possono intraprendere dei percorsi precisi con scelte magari sofferte. Fiorello ha raggiunto la popolarità ma compiendo delle scelte assolutamente rispettabili. Max Pezzali che scelta ha fatto? Ha solo presentato i suoi brani a Cecchetto.
Ma non è giusto che ci sia democrazia musicale?
Allora è giusto anche che tu faccia la Firenze-Bologna con il patema d'animo. Allora è giusto che nel Terzo Mondo le persone muoiano di fame. Allora è giusto che si sprechi l'acqua. No, non è giusto. Ci deve essere un'equità anche per la musica. Io mi indigno tuttora perché non è giusto che si creino scempi del genere. Io cerco di portare il meglio nella musica. Se ci pensi l'uomo ha la grande capacità di controbilanciare tutto ciò che è in natura. Che non lo faccia per ignavia, questo mi scandalizza.
Ma che t'ha fatto Max Pezzali?
Assolutamente niente. Potrei parlare allo stesso modo di Gigi D'Alessio. Allora, Vittorio Gassman è VIttorio Gassman e Stefano Accorsi è Stefano Accorsi, ma noti la differenza? Accorsi è arrivato dritto al cinema, mentre Gassman ha fatto delle scelte ben precise per la sua carriera. Per spiegarti meglio ti cito gli Scisma: "semplificare il metodo occupare il catodo". Questa è una pratica normale. Gassman poteva benissimo fare il comico e non "I soliti ignoti". Penso semplicemente che bisogna smettere di semplificare e banalizzare tutto e bisogna pure smettere di dire: "va bè, in fondo questo è il mercato..." Se domani la moda è quella di prendere un bastone e ficcarselo nel culo, non penso che si debba seguire il trend. E se anche il mercato indica che dodici milioni di americani fanno una certa cosa, mi sembra una stronzata adeguarsi. Se non ho il coraggio di dire quello che penso, i miei quasi cinquant'anni che senso hanno?
Noi facciamo musica per sopravvivenza. Max Pezzali non fa fatica a pagare il riscaldamento e non ha la casa che gli cade addosso. Se accettiamo un Pezzali, una Giusy Ferreri o un Tiziano Ferro, allora anche il peggior cantante camorrista o il cantore di inni padani o i musicisti tirolesi devono vedere i propri diritti di artista rispettati.
No, basta! Bisogna settorializzare le cose. Come d'altronde fanno con noi i giornalisti. Siamo sempre ricondotti in una categoria. Se non siamo racchiusi in un'etichetta non andiamo bene. Allora anch'io posso settorializzare i colleghi e pure i giornalisti. Ci sono dei venduti e dei non-venduti. C'è gente che lo fa per passione e chi per denaro.
Ma in sé per sé il problema non sta in un Max Pezzali o una Giusy Ferreri. Ognuno ha il diritto di esprimere la propria creatività a suo modo. Ciò che scombina le cose è il fatto che questo tipo di musica venda più di quella di un Marco Parente o di un Paolo Benvegnù. Non c'è più selezione...
Certo, non va demonizzato il singolo. Quello che dico è che però non va bene che ci sia questa mercificazione della musica. Per ritornare al Play Art, i ragazzi con cui ho lavorato erano tutti entusiasti del proprio percorso. Avevano voglia e felicità negli occhi, nello stomaco. All'inizio tutti hanno questo approccio, poi può capitare che la musica diventi per te un mestiere. A quel punto scegli cosa farne di questa opportunità. Sicuramente, Max Pezzali all'inizio aveva un entusiasmo pazzesco. Questo gli fa onore. Però poi, nel tramutarsi in professionista della musica, l'ha resa solo prodotto di mercato. Così si perde il senso, l'etica. Mi può andar bene che Max Pezzali parli di 30 ragazzi in autogrill che vanno a mangiare il camogli. Ma che questa non diventi la visione imperante dei ragazzi in generale. Questo è terribile. Marco Parente ha venduto meno di Tiziano Ferro, ma con lo stesso Tiziano Ferro il paragone non esiste. Per Tiziano Ferro la musica è una ricerca di esposizione e spazio personale... È la stessa differenza che c'è tra Picasso e Teomondo Scrofalo di Drive-in.
Io dico tutto questo non perché sono uno sfigato o sono incattivito. Parlo perché bisogna farle notare certe cose. Sennò finiamo come Rockit dove tutto è la stessa cosa. Io non mi sento parte di questo approccio alla realtà musicale. Sono diverso da Fiz come sono diverso da I Ministri. Io vorrei certo che tutti si esprimessero, però poi nel tempo dovrebbero esserci delle differenziazioni di percorso. Ci sono un sacco di gruppi che suonano e che potrebbero impiegare meglio il loro tempo giocando a calcetto.
La cosa bella del Play dell'anno scorso era proprio il fatto che nessuno si identificava in questo atteggiamento musical-commerciale imperante. Tutti avevano una voglia pazzesca di esprimersi. E c'è bisogno di gente che parli non dei giovani alla ricerca del camogli, ma degli under-30 che non hanno dove sbattere la testa perché sono soli. Mi dà fastidio questa idea di massa... L'individuo dove è andato a finire? E smuoviamole le coscienze. A meno che queste vogliano essere smosse...